Rojava, un modello democratico

Rojava, un modello democratico

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Rojava è un piccolissimo Stato “sociale” indipendente ed autoproclamato che si trova al Nord-est della Siria, la cui gestione e la cui breve storia forse hanno molto da insegnare non solo ai più prossimi vicini arabi, ma anche ai democratici paesi Occidentali.

Infatti, nonostante i principali mezzi di informazione non ne parlino spesso, si trattava, fino a non troppo tempo fa, di una piccola oasi felice in una terra da sempre teatro di scontri e di sopraffazioni politiche ed etniche di ogni sorta. Nonostante ciò, tra mille difficoltà causate dalla sua scomodissima posizione tra Turchia e Siria e dal fatto di non essere riconosciuto ufficialmente come Stato da entrambi i ”forti” vicini, Rojava è riuscito ad istituire una democrazia in qualche modo d’esempio, basata sul pluralismo politico, sul localismo amministrativo oltre che sull’uguaglianza tra uomo e donna.

Il popolo che lo abitava (e se non fosse per l’Isis lo abiterebbe tuttora in tranquillità) era prevalentemente di etnia curda, popolo che da sempre reclama, senza successo, un’indipendenza e una propria identità linguistico-culturale, non solo in Siria, ma anche in Turchia, in Iraq e in parte dell’Iran.

L’ideologia che sottende la formazione di Rojava è molto vicina a quella del PKK turco, ovvero un ideale sociale di convivenza democratica di stampo socialista, in cui vi sono diritti sul lavoro, assistenza agli anziani e agli orfani, parità tra uomini e donne e, cosa ancora più importante considerate le coordinate storico-geografiche attuali, viene garantita uguaglianza alle minoranze (etniche e religiose) presenti sul territorio. Nonostante la maggior parte della popolazione sia di etnia curda, vi sono infatti ceceni, armeni, arabi che possono essere anche cristiani o yazidi, oltre che musulmani, e tutti hanno piena libertà di manifestare le proprie identità culturali e linguistiche. Tali ideali sono raccolti in “una carta dei diritti” allo scopo di essere messi in pratica. Forse, aver tracciato un quadro della situazione aiuta a comprendere il vero motivo e più “alto” fine della resistenza curda.

Si trattava dunque di una sorta di utopia che si stava, un po’ miracolosamente, realizzando proprio dove meno lo si sarebbe potuto immaginare, in un Medio Oriente martoriato e sempre perennemente in fermento.

Ma un’ulteriore e ben temibile minaccia andava profilandosi per lo stato sociale e fondamentalmente egualitario di Rojava durante la guerra civile Siriana.

Questa minaccia si chiama Isis e i suoi combattenti senza volto, senza pietà, senza nome fanno tremare dalla testa ai piedi un qualunque occidentale al solo immaginarli.

Il loro nome, la loro figura nera che rimanda metaforicamente alla morte crea ansia in ogni singolo cittadino del cosiddetto primo mondo.

Invece loro, gli uomini curdi e le donne curde, nei quali scorre sangue orgoglioso di guerra e di senso di difesa da generazioni, con ben pochi mezzi a disposizione e con ancora meno aiuti internazionali, stanno difendendo i propri e altrui confini.

I curdi non inneggiano alla guerra, ma si sono trovati costretti a difendere la propria vita, la propria dignità, ma anche le loro case, le loro scuole, i luoghi in cui si riunivano per le assemblee democratiche. Da sempre abituati a soprusi di ogni tipo, perpetuati da ogni sanguinoso regime totalitario susseguitosi in quei luoghi da ormai troppi anni, ora si stanno ingegnando per combattere un nemico molto più grande e numeroso di loro, come se non bastassero i diversi fronti su cui si focalizzavano da tempo.

Jennifer Awan

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