Palestina: a colpi di rap

Palestina: a colpi di rap

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Il rap nasce dal basso, dalle strade polverose di periferia. La periferia delle grandi città americane, come le periferie di quella parte del mondo dimenticata da Dio.
E’ poesia cantata dagli oppressi, che invece di reagire con una rivolta violenta, si rivoltano con le parole.
Prendendo esempio dai famosi rapper americani, in altre parti del mondo giovani oppressi decidono di esprimere col ritmo veloce e martellante del rap il loro dolore e senso d’emarginazione (anche se in alcuni paesi il rap ha conquistato fortemente la classe media) adattando la musica e le parole al loro contesto culturale e sociale.
Un esempio da rilevare, per la forza evasiva dei suoi testi e non solo, è il rap sviluppatosi in Palestina alla fine degli anni ’90, precisamente nel ‘98 con l’entrata in scena del gruppo DAM (parola che ha più significati, tra i quali “eternità” in arabo e “sangue” in israeliano). Il gruppo si propone di attuare un’intifada musicale. Ammirevole il modo con cui scelgono di canalizzare la loro forza eversiva, in un ambiente in cui i ragazzi che vogliono portare avanti il loro onore nazionale purtroppo spesso lo fanno con una cintura esplosiva in vita o con un coltello in mano.
Pur prendendo spunto dal celeberrimo rapper statunitense 2Pac e mischiando basi arabe e basi occidentali, i tre ragazzi del gruppo si occupano di tematiche inerenti il territorio (vivono vicino a Tel Aviv, dove vivono arabi, cristiani ed ebrei), come lo spaccio di droga e le ingiustizie che loro sentono inflitte da parte degli israeliani (nonostante abbiano collaborato con alcuni colleghi d’ Israele). Cantano in arabo, inglese e israeliano per farsi capire da più persone possibile.
Il gruppo è il più famoso a livello internazionale, ma in Palestina sono numerosissimi i solisti e i gruppi che fanno musica rap, ognuno con sue peculiarità, come i Black Unit Band, trio che urla la sua rabbia direttamente dalla striscia di Gaza e sente di rappresentare coi suoi testi la reclusione forzata imposta a milioni di persone; oppure il gruppo PR (palestinia rappers) nei cui testi si parla sempre di ottenere un’ agognata pace.
Il rap palestinese dunque è tutto sociale e politico e si tratta della prima sperimentazione musicale di questo tipo nella regione. Come affermano i DAM, infatti, prima della loro comparsa la musica parlava quasi solo d’amore ed era completamente avulsa dalla realtà specifica del luogo; oggi uno dei temi trattati è il ruolo della donna, che per i rapper e per le nuove generazioni non deve essere più solo quello tradizionale di casalinga a servizio dell’ uomo.
Difficile da credersi per un paese arabo, ma davvero molte sono le donne che fanno rap in Palestina, quasi tutte giovanissime e unite nel cantare insieme ai colleghi maschi la ribellione contro la tradizione integralista araba, oltre che contro il trattamento razzista attuato da Israele. Recentemente si è unita al gruppo DAM la cantante Maysa Daw, da sempre femminista, che ha realizzato con loro un video (“Who you are”, “tu chi sei”) tutto incentrato sui diritti della donna, in cui vediamo una giovane ragazza (Maysa) ribellarsi con decisione al ruolo impostole dalla società, arrivando a gettare dalla finestra i panni che era abituata a lavare.
La più famosa solista però è Shadia Mansour, rapper anglo palestinese (già conosciuta dal pubblico internazionale) e soprannominata “the first lady of arabic Hip-Hop”, che nei suoi testi unisce musica, parole e istanze culturali inglesi a quelle prettamente arabe. Famoso il suo testo “La kufiya è araba””, cantato sia in arabo che in inglese con la sua solita voce suadente e ruvida.
La maggior parte di questi gruppi e solisti ha trovato terreno fertile grazi all’avvento dell’era digitale. Infatti senza internet (soprattutto MySpace e Youtube) sarebbe stato quasi impossibile per loro trovare un produttore o trovare i mezzi per finanziarsi in autonomia; grazie alla rete invece possono ottenere moltissima visibilità in tutto il mondo e senza spese.
Ovviamente il governo israeliano fa di tutto per impedire a questi artisti di esprimersi, ma anche Hamas non li vede di buon occhio: li tollera finché non attaccano direttamente le tradizioni islamiche e arabe tradizionali. I rapper, in particolare le donne, si trovano così fra due fuochi contro cui si scagliano.
Così Il rap trova forse in Palestina più che in ogni altra parte del mondo oggi il suo motivo di esistere, nel segno di ciò che realmente ha sempre significato.

Jennifer Awan

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