Le vere martiri dell’Islam

Le vere martiri dell’Islam

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In questa guerra disparitaria che vede schierati i fucili “rotti” dei peshmerga da una parte e i blindati ultima generazione dell’Isis dall’altra, finanziati con le immense risorse provenienti dalla vendita del petrolio alle grandi potenze arabe e non, c’è una peculiarità che fa la differenza: le donne.

Sono tristemente protagoniste a causa delle yazide stuprate, seviziate, costrette a prostituirsi e poi vendute, ma anche grazie alla forza e al grande coraggio della sezione militare femminile curda (YPJ). Le ragazze che combattono contro l’Isis, provenienti non solo da Rojava, ma da tutto il Kurdistan trasversale ai vari Stati coinvolti nella lotta, sono ragazze normali, spesso molto dolci, amano sfoggiare un sorriso che va oltre la femminilità e la sensualità, ma allo stesso tempo hanno la stoffa di vere guerriere.

Sanno che i vanagloriosi jihadisti che ignobilmente violentano una bambina indifesa di 9 anni, sono gli stessi che quando le vedono imbracciare un fucile al fronte di combattimento, in prima linea contro di loro e contro la malvagità che rappresentano, iniziano a tremare come una foglia. Perchè i miliziani dello Stato islamico, noti a tutti come tagliagole o macellai, hanno il terrore delle donne curde.

Conoscono la forza che acquisiscono sul campo e che non le lascia fino alla fine, fino all’estenuazione. Sanno fino a che punto sono pronte a sacrificarsi, a donare la loro giovane vita in nome dell’ideale più grande che esista: la libertà. Le donne curde che combattono, alcune già da tempo militari nel PKK impegnato contro Turchia e Siria, altre che fino a poco tempo fa erano comuni donne, madri, parrucchiere o estetiste, o studentesse, sono determinate nel portare alto il loro onore, il loro genere e il loro ideale.

Colpisce la forte determinazione, che comunque non toglie nulla al loro essere donne a tutto tondo, con la quale raccontano il perché del loro sacrificio. Determinazione che consente a queste donne di combattere a fianco degli uomini, sottoponendosi anche a un regime di vita fisicamente e moralmente molto duro, oltre che estremamente pericoloso. Queste eroine contemporanee sono fiere del loro essere donne e curde.

Donne che talvolta sono andate oltre la mentalità delle famiglie di appartenenza, non abituate a pensare a una ragazza come a un soldato o come a una martire. Curde che amano il loro popolo e in suo onore donano la loro vita e la loro giovinezza. Tutte sanno che potrebbero non tornare, potrebbero morire anche molto giovani, ma accettano il loro destino presagendo e quasi sperando di divenire delle martiri.

Ecco chi sono le cultrici dell’islam, quello vero.

Donne che vogliono aiutare altre donne e liberarle dalla schiavitù dei mostri dalle sembianze umane chiamati miliziani dello Stato islamico. Ecco chi sono le foreign fighters, quelle dalla parte giusta della storia: molte di loro, cresciute lontano dal Kurdistan, scelgono di lasciare la loro comoda vita in Occidente per salvare il diritto di un popolo (e di tanti popoli) di esistere, e lasciare ricordo di sé a chi viene dopo.

Foscolo diceva: “Sol chi non lascia eredità d’affetto poca gioia ha dell’urna”, e le donne curde lo sanno bene, come lo sapevano bene gli eroi greci, la morte significa lasciare impronta di sé col proprio esempio, all’umanità intera, e allora diventa gloria.

Jennifer Awan

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