Domenica 31 gennaio a Reggio Emilia “Storie di rifugiati ed interpreti”

Domenica 31 gennaio a Reggio Emilia “Storie di rifugiati ed interpreti”

Domenica 31 gennaio all’interno della Sala Reggio (Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia), l’autrice del libro “L’interpretazione del dolore” Giusi Sammartino terrà un incontro sulle “vite degli altri, racconti che vengono da lontano”. Insieme a lei interverranno Amin Awhidi, mediatore linguistico e autore de “L’Ospite”, cortometraggio vincitore del premio “Città di Venezia” alla mostra del cinema 2014 e Jamil Awan, presidente e fondatore della nostra Cooperativa, Synergasìa Onlus.

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Il reato di clandestinità: introduzione ed evoluzione normativa

Il reato di clandestinità: introduzione ed evoluzione normativa

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Clandestinità o non clandestinità?

Il problema, rievocando il notissimo adagio shakespeariano, sembra essere proprio questo. La scena politica degli ultimi giorni si è animata e divisa su questo dilemma. L’Italia torna a “spaccarsi” intorno alla questione del mantenimento o della depenalizzazione del reato di clandestinità previsto dall’ordinamento giuridico nazionale; e se le associazioni di difesa dei diritti civili, la magistratura e le forze dell’ordine, ciascuna per motivi specifici, mostrano il proprio favore sulla proposta del governo di eliminare il reato in questione, diverse posizioni si registrano all’interno di Forza Italia e della Lega, contrarie a tale decisione, oltre che nel Nuovo Centro Destra di Alfano che, per ragioni di opportunità legate al particolare momento politico, preferirebbe un rinvio della discussione che, in effetti, si è verificato.

C’è da dire che la storia del reato di clandestinità è stata sempre molto controversa, fin dalla sua introduzione all’interno del testo unico sull’immigrazione (D. lgs. 286/1998) all’art. 10 bis avvenuta con l’art. 1, 16° comma della legge n. 94/2009 (il cosiddetto “pacchetto sicurezza”).

La novità normativa si presentava di assoluto rilievo, sanzionando penalmente una condotta in precedenza perseguita solo mediante l’irrogazione di una sanzione amministrativa. Il reato di clandestinità, reato qualificabile come reato “proprio” in quanto realizzabile solo dallo straniero, si compone di due condotte: l’ingresso e la permanenza illegale nel territorio dello stato.

Il primo si configura allorché lo straniero faccia ingresso nel territorio dello stato sprovvisto dei documenti idonei o nonostante sia considerato pericoloso per l’ordine pubblico e la sicurezza o qualora sia interessato da altre cause ostative individuate dalla legge; la seconda condotta, ovvero la permanenza illegale nel territorio dello stato, si verifica nel caso in cui lo straniero si trattenga sul territorio italiano in condizione di irregolarità rispetto alle norme sul soggiorno.

Una delle ipotesi più note è la caduta nell’irregolarità dello straniero legittimamente soggiornante in seguito al mancato rinnovo del permesso di soggiorno precedentemente rilasciato, quando egli rimanga in Italia nonostante tale situazione (i cosiddetti “overstayers”). Le perplessità su tale figura di reato sono state avanzate, in primo luogo, da quella parte della dottrina (Donini) che lo ha ritenuto il tipico esempio di diritto penale d’autore in cui ad essere punita è la mera disobbedienza ad una norma giuridica relativa all’ingresso e al soggiorno senza che ciò si ricolleghi alla lesione di un bene giuridico che denoti una specifica manifestazione di pericolosità del soggetto agente, il quale viene considerato un criminale di per sé. Infatti la medesima dottrina ritiene che il reato in questione sia privo di un bene giuridico vero e proprio che, invece, dovrebbe essere sempre presente ed individuabile in quanto è la sua esistenza a legittimare la protezione accordata mediante lo strumento del diritto penale; in senso contrario si è espressa la Corte Costituzionale, la quale, nella sentenza n. 353 del 21/11/1997, ha individuato il bene giuridico protetto nell’interesse dello stato al controllo e alla gestione dei flussi migratori, strumentale, a sua volta, alla tutela di altri beni costituzionalmente rilevanti come la sicurezza, la sanità, l’ordine pubblico e il rispetto dei vincoli internazionali (tratto da Giulia Felici, I reati connessi alla condizione di illegalità dello straniero, in Il Diritto degli stranieri, a cura di Armando Macrillò, Lavis (TN), Cedam, Casa Editrice Dott. Antonio Milani, 2014, pp. 551 ss. a cui si rimanda per un’analisi più approfondita).

Ulteriori perplessità ha suscitato la formulazione del reato che andrebbe a sanzionare non solo coloro che tengano le condotte vietate dopo l’entrata in vigore della norma, ma anche coloro che, trovandosi già in Italia in condizione di permanenza irregolare, ricadrebbero nel suo ambito di applicazione per fatti commessi antecedentemente alla sua introduzione, con evidente violazione del principio di irretroattività della legge penale. Inoltre, il meccanismo sanzionatorio previsto dall’art. 10 bis t.u. immigrazione, avendo come finalità l’espulsione dello straniero in condizione di irregolarità, costituirebbe un inutile duplicato del procedimento di espulsione amministrativa, violando sia il principio di sussidiarietà (secondo cui il ricorso alla sanzione penale dovrebbe costituire una “extrema ratio”) che di proporzionalità del diritto penale.

Ciò sarebbe confermato dal fatto che il giudice di pace, individuato come giudice competente a conoscere del reato, peraltro espressamente sottratto all’oblazione, possa disporre l’espulsione dello straniero come sanzione sostitutiva in luogo della sanzione pecuniaria prevista. A tali rilievi vanno aggiunti quelli sulla potenziale conflittualità con la direttiva UE 2008/115/CE (la cosiddetta “direttiva rimpatri”), la quale nell’intento di predisporre un meccanismo volto a favorire il rimpatrio volontario dello straniero in condizione di irregolarità, osterebbe ad una norma che, invece di operare un’accelerazione del rientro in patria, commini semplicemente una sanzione pecuniaria e, solo indirettamente, l’espulsione giudiziaria.

Da ultimo sono intervenute le considerazioni del capo della Polizia Alessandro Pansa secondo il quale il reato, per come è strutturato, intaserebbe le procure, nonché il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Franco Roberti, secondo il quale la configurazione del reato, attribuendo allo straniero il ruolo di imputato nel processo che ne consegue invece che di persona informata sui fatti o vittima di tratta, costituirebbe un ostacolo alla ricerca delle prove nei processi per stabilire la responsabilità dei trafficanti di esseri umani in quanto legittimerebbe lo straniero a non rispondere alle domande in ossequio al principio “nemo tenetur se detegere” secondo cui nessuno può essere obbligato ad affermare la propria responsabilità penale (auto­incriminazione).

Le perplessità, dunque, non mancano e, prescindendo dalle diverse posizioni sul tema, un’analisi della questione in un clima

costruttivo sembra quanto mai opportuna.

Alessandro D’Antoni

Le vere martiri dell’Islam

Le vere martiri dell’Islam

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In questa guerra disparitaria che vede schierati i fucili “rotti” dei peshmerga da una parte e i blindati ultima generazione dell’Isis dall’altra, finanziati con le immense risorse provenienti dalla vendita del petrolio alle grandi potenze arabe e non, c’è una peculiarità che fa la differenza: le donne.

Sono tristemente protagoniste a causa delle yazide stuprate, seviziate, costrette a prostituirsi e poi vendute, ma anche grazie alla forza e al grande coraggio della sezione militare femminile curda (YPJ). Le ragazze che combattono contro l’Isis, provenienti non solo da Rojava, ma da tutto il Kurdistan trasversale ai vari Stati coinvolti nella lotta, sono ragazze normali, spesso molto dolci, amano sfoggiare un sorriso che va oltre la femminilità e la sensualità, ma allo stesso tempo hanno la stoffa di vere guerriere.

Sanno che i vanagloriosi jihadisti che ignobilmente violentano una bambina indifesa di 9 anni, sono gli stessi che quando le vedono imbracciare un fucile al fronte di combattimento, in prima linea contro di loro e contro la malvagità che rappresentano, iniziano a tremare come una foglia. Perchè i miliziani dello Stato islamico, noti a tutti come tagliagole o macellai, hanno il terrore delle donne curde.

Conoscono la forza che acquisiscono sul campo e che non le lascia fino alla fine, fino all’estenuazione. Sanno fino a che punto sono pronte a sacrificarsi, a donare la loro giovane vita in nome dell’ideale più grande che esista: la libertà. Le donne curde che combattono, alcune già da tempo militari nel PKK impegnato contro Turchia e Siria, altre che fino a poco tempo fa erano comuni donne, madri, parrucchiere o estetiste, o studentesse, sono determinate nel portare alto il loro onore, il loro genere e il loro ideale.

Colpisce la forte determinazione, che comunque non toglie nulla al loro essere donne a tutto tondo, con la quale raccontano il perché del loro sacrificio. Determinazione che consente a queste donne di combattere a fianco degli uomini, sottoponendosi anche a un regime di vita fisicamente e moralmente molto duro, oltre che estremamente pericoloso. Queste eroine contemporanee sono fiere del loro essere donne e curde.

Donne che talvolta sono andate oltre la mentalità delle famiglie di appartenenza, non abituate a pensare a una ragazza come a un soldato o come a una martire. Curde che amano il loro popolo e in suo onore donano la loro vita e la loro giovinezza. Tutte sanno che potrebbero non tornare, potrebbero morire anche molto giovani, ma accettano il loro destino presagendo e quasi sperando di divenire delle martiri.

Ecco chi sono le cultrici dell’islam, quello vero.

Donne che vogliono aiutare altre donne e liberarle dalla schiavitù dei mostri dalle sembianze umane chiamati miliziani dello Stato islamico. Ecco chi sono le foreign fighters, quelle dalla parte giusta della storia: molte di loro, cresciute lontano dal Kurdistan, scelgono di lasciare la loro comoda vita in Occidente per salvare il diritto di un popolo (e di tanti popoli) di esistere, e lasciare ricordo di sé a chi viene dopo.

Foscolo diceva: “Sol chi non lascia eredità d’affetto poca gioia ha dell’urna”, e le donne curde lo sanno bene, come lo sapevano bene gli eroi greci, la morte significa lasciare impronta di sé col proprio esempio, all’umanità intera, e allora diventa gloria.

Jennifer Awan

Rojava, un modello democratico

Rojava, un modello democratico

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Rojava è un piccolissimo Stato “sociale” indipendente ed autoproclamato che si trova al Nord-est della Siria, la cui gestione e la cui breve storia forse hanno molto da insegnare non solo ai più prossimi vicini arabi, ma anche ai democratici paesi Occidentali.

Infatti, nonostante i principali mezzi di informazione non ne parlino spesso, si trattava, fino a non troppo tempo fa, di una piccola oasi felice in una terra da sempre teatro di scontri e di sopraffazioni politiche ed etniche di ogni sorta. Nonostante ciò, tra mille difficoltà causate dalla sua scomodissima posizione tra Turchia e Siria e dal fatto di non essere riconosciuto ufficialmente come Stato da entrambi i ”forti” vicini, Rojava è riuscito ad istituire una democrazia in qualche modo d’esempio, basata sul pluralismo politico, sul localismo amministrativo oltre che sull’uguaglianza tra uomo e donna.

Il popolo che lo abitava (e se non fosse per l’Isis lo abiterebbe tuttora in tranquillità) era prevalentemente di etnia curda, popolo che da sempre reclama, senza successo, un’indipendenza e una propria identità linguistico-culturale, non solo in Siria, ma anche in Turchia, in Iraq e in parte dell’Iran.

L’ideologia che sottende la formazione di Rojava è molto vicina a quella del PKK turco, ovvero un ideale sociale di convivenza democratica di stampo socialista, in cui vi sono diritti sul lavoro, assistenza agli anziani e agli orfani, parità tra uomini e donne e, cosa ancora più importante considerate le coordinate storico-geografiche attuali, viene garantita uguaglianza alle minoranze (etniche e religiose) presenti sul territorio. Nonostante la maggior parte della popolazione sia di etnia curda, vi sono infatti ceceni, armeni, arabi che possono essere anche cristiani o yazidi, oltre che musulmani, e tutti hanno piena libertà di manifestare le proprie identità culturali e linguistiche. Tali ideali sono raccolti in “una carta dei diritti” allo scopo di essere messi in pratica. Forse, aver tracciato un quadro della situazione aiuta a comprendere il vero motivo e più “alto” fine della resistenza curda.

Si trattava dunque di una sorta di utopia che si stava, un po’ miracolosamente, realizzando proprio dove meno lo si sarebbe potuto immaginare, in un Medio Oriente martoriato e sempre perennemente in fermento.

Ma un’ulteriore e ben temibile minaccia andava profilandosi per lo stato sociale e fondamentalmente egualitario di Rojava durante la guerra civile Siriana.

Questa minaccia si chiama Isis e i suoi combattenti senza volto, senza pietà, senza nome fanno tremare dalla testa ai piedi un qualunque occidentale al solo immaginarli.

Il loro nome, la loro figura nera che rimanda metaforicamente alla morte crea ansia in ogni singolo cittadino del cosiddetto primo mondo.

Invece loro, gli uomini curdi e le donne curde, nei quali scorre sangue orgoglioso di guerra e di senso di difesa da generazioni, con ben pochi mezzi a disposizione e con ancora meno aiuti internazionali, stanno difendendo i propri e altrui confini.

I curdi non inneggiano alla guerra, ma si sono trovati costretti a difendere la propria vita, la propria dignità, ma anche le loro case, le loro scuole, i luoghi in cui si riunivano per le assemblee democratiche. Da sempre abituati a soprusi di ogni tipo, perpetuati da ogni sanguinoso regime totalitario susseguitosi in quei luoghi da ormai troppi anni, ora si stanno ingegnando per combattere un nemico molto più grande e numeroso di loro, come se non bastassero i diversi fronti su cui si focalizzavano da tempo.

Jennifer Awan

Palestina: a colpi di rap

Palestina: a colpi di rap

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Il rap nasce dal basso, dalle strade polverose di periferia. La periferia delle grandi città americane, come le periferie di quella parte del mondo dimenticata da Dio.
E’ poesia cantata dagli oppressi, che invece di reagire con una rivolta violenta, si rivoltano con le parole.
Prendendo esempio dai famosi rapper americani, in altre parti del mondo giovani oppressi decidono di esprimere col ritmo veloce e martellante del rap il loro dolore e senso d’emarginazione (anche se in alcuni paesi il rap ha conquistato fortemente la classe media) adattando la musica e le parole al loro contesto culturale e sociale.
Un esempio da rilevare, per la forza evasiva dei suoi testi e non solo, è il rap sviluppatosi in Palestina alla fine degli anni ’90, precisamente nel ‘98 con l’entrata in scena del gruppo DAM (parola che ha più significati, tra i quali “eternità” in arabo e “sangue” in israeliano). Il gruppo si propone di attuare un’intifada musicale. Ammirevole il modo con cui scelgono di canalizzare la loro forza eversiva, in un ambiente in cui i ragazzi che vogliono portare avanti il loro onore nazionale purtroppo spesso lo fanno con una cintura esplosiva in vita o con un coltello in mano.
Pur prendendo spunto dal celeberrimo rapper statunitense 2Pac e mischiando basi arabe e basi occidentali, i tre ragazzi del gruppo si occupano di tematiche inerenti il territorio (vivono vicino a Tel Aviv, dove vivono arabi, cristiani ed ebrei), come lo spaccio di droga e le ingiustizie che loro sentono inflitte da parte degli israeliani (nonostante abbiano collaborato con alcuni colleghi d’ Israele). Cantano in arabo, inglese e israeliano per farsi capire da più persone possibile.
Il gruppo è il più famoso a livello internazionale, ma in Palestina sono numerosissimi i solisti e i gruppi che fanno musica rap, ognuno con sue peculiarità, come i Black Unit Band, trio che urla la sua rabbia direttamente dalla striscia di Gaza e sente di rappresentare coi suoi testi la reclusione forzata imposta a milioni di persone; oppure il gruppo PR (palestinia rappers) nei cui testi si parla sempre di ottenere un’ agognata pace.
Il rap palestinese dunque è tutto sociale e politico e si tratta della prima sperimentazione musicale di questo tipo nella regione. Come affermano i DAM, infatti, prima della loro comparsa la musica parlava quasi solo d’amore ed era completamente avulsa dalla realtà specifica del luogo; oggi uno dei temi trattati è il ruolo della donna, che per i rapper e per le nuove generazioni non deve essere più solo quello tradizionale di casalinga a servizio dell’ uomo.
Difficile da credersi per un paese arabo, ma davvero molte sono le donne che fanno rap in Palestina, quasi tutte giovanissime e unite nel cantare insieme ai colleghi maschi la ribellione contro la tradizione integralista araba, oltre che contro il trattamento razzista attuato da Israele. Recentemente si è unita al gruppo DAM la cantante Maysa Daw, da sempre femminista, che ha realizzato con loro un video (“Who you are”, “tu chi sei”) tutto incentrato sui diritti della donna, in cui vediamo una giovane ragazza (Maysa) ribellarsi con decisione al ruolo impostole dalla società, arrivando a gettare dalla finestra i panni che era abituata a lavare.
La più famosa solista però è Shadia Mansour, rapper anglo palestinese (già conosciuta dal pubblico internazionale) e soprannominata “the first lady of arabic Hip-Hop”, che nei suoi testi unisce musica, parole e istanze culturali inglesi a quelle prettamente arabe. Famoso il suo testo “La kufiya è araba””, cantato sia in arabo che in inglese con la sua solita voce suadente e ruvida.
La maggior parte di questi gruppi e solisti ha trovato terreno fertile grazi all’avvento dell’era digitale. Infatti senza internet (soprattutto MySpace e Youtube) sarebbe stato quasi impossibile per loro trovare un produttore o trovare i mezzi per finanziarsi in autonomia; grazie alla rete invece possono ottenere moltissima visibilità in tutto il mondo e senza spese.
Ovviamente il governo israeliano fa di tutto per impedire a questi artisti di esprimersi, ma anche Hamas non li vede di buon occhio: li tollera finché non attaccano direttamente le tradizioni islamiche e arabe tradizionali. I rapper, in particolare le donne, si trovano così fra due fuochi contro cui si scagliano.
Così Il rap trova forse in Palestina più che in ogni altra parte del mondo oggi il suo motivo di esistere, nel segno di ciò che realmente ha sempre significato.

Jennifer Awan

La Siria di un tempo: culla di popoli, religioni e pluralismo

La Siria di un tempo: culla di popoli, religioni e pluralismo

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Tristemente nota per la guerra che la sconvolge ormai da circa 4 anni, la Siria ha costituito un esempio di pluralismo e di interculturalità unico nel panorama del Medio Oriente. La sua storia, caratterizzata dal susseguirsi di imperi ricchi di cultura, inizia con l’ingresso dell’area nell’influenza della civiltà sumerica della Mesopotamia per poi entrare a far parte dell’impero Babilonese a cui successe la dominazione Assira e quella dell’impero Persiano (con la conquista di Ciro nel 538 A.C.).

Fu, poi, la volta dei Greci con la conquista di Alessandro Magno nel 332 A.C. nell’impero greco-macedone a cui fecero seguito i Romani nel 64 A.C. subito dopo una breve parentesi degli Armeni (con Tigrane di Armenia). Nel VII secolo gli Arabi si insediarono nel territorio che, dopo una fase di alterne vicende, passò sotto il comando dell’impero ottomano nel 1517.

La fine dell’impero ottomano al termine della prima guerra mondiale e l’influenza francese, durata fino all’indipendenza della Repubblica della Siria riconosciuta a partire dal 1° gennaio 1944 (ma divenuta effettiva con il ritiro delle truppe francesi nell’aprile del 1946), costituiscono gli sviluppi di una storia tormentata in continua evoluzione per i fatti d’attualità che la vedono coinvolta. Eppure, prima che la Siria divenisse un luogo di forti scontri e contrapposizioni (specialmente a partire dalla fine della seconda guerra mondiale fino ad oggi con la violenza dell’IS), essa ha rappresentato un modello di tolleranza e di convivenza di etnie, religioni e culture diverse.

Fin dall’antichità, accanto a popolazioni di origine semitica (Cananei, Aramei e Arabi) furono presenti anche Egiziani, Hurriti e Ittiti, Urartei e Sciti, Macedoni e Greci, cui si aggiunsero Ebrei insediati nella attuale Palestina (XII-X secolo A.C.) e i Fenici lungo la costa.

Tra le popolazioni non semitiche, minoranze importanti sono costituite dai curdi (7,3% degli abitanti) e dagli armeni (2,7%), molti dei quali giunsero in Siria per sfuggire al genocidio, sovrapponendosi alla comunità preesistente di antica immigrazione, che vive per lo più nelle città di Damasco e di Aleppo, nonché la cosiddetta “aristocrazia del deserto”, quella dei cammellieri nomadi divisi in vari gruppi.

Anche da un punto di vista religioso il panorama è molto composito. Il paese, che presenta l’86,2% della popolazione araba, è a maggioranza di religione musulmana sunnita (74%), i cui fedeli sono concentrati soprattutto nelle maggiori città, mentre i musulmani sciiti (nelle loro componenti alawita, duodecimane e ismailite) sono prevalentemente insediati nelle aree montane. Sono presenti anche fedeli di religione cristiana, anche essi situati nelle aree rurali, sia di famiglia cattolica (rito latino, siriaco, caldeo, maronita, melchita e armeno) che ortodossa (greco-ortodossa di Antiochia, ortodossa siriaca), che raggiungono circa il 10% .

I drusi (confessione religiosa nata in ambiente ismailita ma non facenti parte della famiglia musulmana) rappresentano il 3%.

La Siria è stata un luogo importante tanto per il cristianesimo che per la religione musulmana. Secondo quanto riportato dalla Bibbia, sulla strada verso Damasco S. Paolo ebbe la sua famosa Conversione e successivamente fondò ad Antiochia una delle prime comunità cristiane; sempre da Antiochia provenne S. Giovanni Crisostomo, Dottore della Chiesa.

Damasco fu anche il centro del califfato degli Omayyadi, e divenne uno dei più importanti centri culturali e religiosi dell’intero mondo islamico in un periodo di grande apertura e tolleranza dell’Islam. A testimonianza di ciò, S. Giovanni Damasceno, altro Dottore della Chiesa e ritenuto amico dell’Islam perché aveva visto nel dogma islamico dell’eternità del Corano una forma dell’insegnamento cristiano sul Logos, fu nominato consigliere del califfo della sua città.

Prima di diventare una terra da cui fuggire (secondo i dati del Global Trends Report Unhcr del 2014 la Siria è salita al primo posto come paese di provenienza dei rifugiati, stimati in 3,9 milioni a cui aggiungere 7,6 milioni di sfollati interni), la Siria è stata a lungo un paese di accoglienza fin dai tempi antichi di una pluralità di popoli ed etnie (dagli Ebrei giunti in Palestina nel XII-X secolo A.C. fino ad arrivare agli Armeni fuggiti dal genocidio del 1915, ed, ai nostri giorni, ai Palestinesi ed, infine, agli Iracheni dopo la guerra del 2003).

Alessandro D’Antoni

Tra le trame dell’integrazione: il laboratorio di sartoria di Fossacesia

Tra le trame dell’integrazione: il laboratorio di sartoria di Fossacesia

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Tagliare, cucire, riparare, accorciare per creare rapporti e professionalità.

E’ questa l’innovativa idea promossa dallo S.P.R.A.R. di Fossacesia (provincia di Chieti) per favorire l’integrazione degli ospiti del centro.

In una intervista sulla natura del progetto il Direttore del centro Alessandra Morello fornisce i punti chiave dell’iniziativa. Il progetto, appena iniziato ed in programma 2 giorni a settimana (Martedì e Giovedì), è svolto all’interno dei locali dello S.P.R.A.R. sotto la supervisione di Sajid Muhammed, operatore di Synergasia, che, essendo in possesso delle conoscenze sartoriali richieste, insegna agli ospiti del centro come utilizzare gli attrezzi (macchine da cucire, macchine taglia e cuci) necessari per il lavoro.

Il laboratorio vede impegnati gran parte degli ospiti del centro, dal ragazzo russo a quello maliano, senza una predominanza di una nazionalità sull’altra.

A partecipare sono stati non solo quegli ospiti del centro che avevano dimostrato abilità nei lavori manuali e, magari, una pregressa esperienza nella sartoria maturata nel loro paese di origine, ma anche chi, meno esperto, si è messo alla prova con la voglia di imparare qualcosa di nuovo.

Anche chi non si è cimentato con gli attrezzi del mestiere ha seguito con curiosità il lavoro dei compagni.

Un clima di ancora maggiore fraternità si è avuto in occasione della partecipazione al laboratorio anche dei figli degli operatori, che hanno incrementato il senso di vicinanza e di curiosità.

I lavori svolti in questo inizio si sono concentrati sulla creazione di oggetti natalizi realizzati con la stoffa che sono stati esposti e messi in vendita nella manifestazione culinaria organizzata il 5 e 6 dicembre dal Comune di Fossacesia intitolata “Sapori a Palazzo”, il cui ricavato verrà destinato in parte all’acquisto di macchine sartoriali per il laboratorio ed in altra parte suddiviso tra i partecipanti del laboratorio stesso.

Questo tipo di esposizione potrà essere riproposto in futuro anche per i lavori realizzati in occasione delle festività Pasquali.

Il progetto rivela, quindi, importanti implicazioni pratiche, in quanto oltre che gettare le basi per una più facile integrazione, può aiutare gli ospiti del centro sotto un duplice profilo: da un lato costruirsi una professionalità che può agevolarne l’inserimento lavorativo in settori che, peraltro, tendono ad essere abbandonati dagli italiani, dall’altro insegnare loro a gestire le entrate derivanti dalla vendita delle loro creazioni anche mediante la costituzione di un fondo cassa.

Interessanti sono, anche, le prospettive future che possono configurarsi. La creazione di oggetti da esporre in occasione di manifestazioni culturali costituisce, infatti, solo una prova di partenza cui potrebbe far seguito la specializzazione in lavori di riparazione di vestiti, accorciature, orli che gli ospiti del centro potrebbero svolgere su commissione dei negozi di abbigliamento della zona, magari tramite la mediazione del Comune. E se l’esperimento riuscisse, pensare, successivamente, anche alla costituzione di una cooperativa impegnata nel confezionamento di articoli di abbigliamento (gilet, maglioni) e di abiti potrebbe non essere un’ utopia.

Il progetto attualmente vede la partecipazione dei soli ospiti interni al centro, ma, in caso di successo, potrebbe anche aprire le porte a persone esterne alla struttura interessate a prendere parte al laboratorio in una classe multiculturale. Pur essendo ancora presto per parlare di risultati, il buon inizio e le potenzialità di questo progetto lasciano intravedere prospettive incoraggianti.

Alessandro D’Antoni

Islam in Europa, un dialogo possibile

Islam in Europa, un dialogo possibile

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I drammatici eventi di Parigi del 13 novembre scorso, nonché l’attentato terroristico in Mali avvenuto appena una settimana dopo, hanno riproposto prepotentemente il tema della lotta al  terrorismo internazionale di matrice islamica a livello globale e l’interrogativo sulla possibile convivenza dell’Islam nel mondo “occidentale”.

Tuttavia è opportuno premettere che le radici del terrorismo, per quanto ricondotte dagli stessi autori degli attacchi al fondamentalismo islamico, vadano ricercate in un complesso assetto di interessi di natura politica ed economica sul controllo delle aree del Medio Oriente e del bacino del Mediterraneo rispetto alle quali la religione non ha, e non deve avere, nulla a che vedere, perché, come ricordato anche da Papa Francesco nell’Angelus del 15 novembre 2015, appena due giorni dopo i fatti di Parigi, “usare il nome di Dio per giustificare la strada della violenza è una bestemmia”. Pertanto, già in precedenza, nella sua Esortazione Apostolica “Evangelii Gaudium” Papa Francesco invitava a non cadere nella tentazione di errate generalizzazioni e ricordava come “noi cristiani dovremmo accogliere con affetto e rispetto gli immigrati dell’Islam che arrivano nei nostri Paesi, così come speriamo e preghiamo di essere accolti e rispettati nei Paesi di tradizione islamica”, e che “di fronte ad episodi di fondamentalismo violento che ci preoccupano, l’affetto verso gli autentici credenti dell’Islam deve portarci ad evitare odiose generalizzazioni, perché il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza”. (“Evangelii Gaudium”, numero 253).

Inoltre non sono mancati esponenti del mondo islamico moderato che hanno preso le distanze dalle rivendicazioni dei fondamentalisti esprimendo la loro condanna per i fatti di Parigi, i quali, pur essendo quelli a più alto impatto mediatico in quanto a noi geograficamente più vicini, non devono portarci a dimenticare i tanti e ripetuti eventi di violenza analoghi che accadono quotidianamente in Siria, Iraq, Afghanistan, Pakistan ed in vari paesi dell’Africa, come la Nigeria, a causa di gruppi terroristici uniti nello stesso odio.

Alla voce del presidente dell’Ucoii, Unione delle comunità islamiche d’Italia, Izzedin Elzir, che ai microfoni di Tv2000, durante lo speciale sui recenti attentati terroristici di Parigi ha espresso il suo dolore e la sua condanna per quanto accaduto e di Abdejalil Elalami, Imam di Albenga, che ha manifestato la vicinanza e la preghiera dei musulmani per la sicurezza dell’Italia e del mondo dalla minaccia dell’Isis definito come una malattia e una piaga (come riportate in questo articolo), si sono aggiunte le voci delle persone confluite nella manifestazione di sabato 21 novembre tenutasi a Roma presso la piazza dei Santi Apostoli (ed in altre città italiane come Milano) per affermare la contrarietà alla religione islamica e al comando del Corano di “non uccidere” di quanto accaduto a Parigi ed in altre parti del mondo.

Come riportato nell’articolo “Islam: bisogno di pluralismo religioso” di Haytham Mouzahem nella traduzione di Emanuela Turano Campello (consultabilequi) sebbene alcune interpretazioni, tra le quali quelle fatte proprie dai terroristi, sembrino alimentare intransigenza e chiusura non solo verso i fedeli di altre religioni, ma anche verso gli stessi fedeli musulmani, il Corano contiene un riconoscimento del valore e dell’ammissibilità del pluralismo religioso (come nel 69° versetto del capitolo ‘Al-Mâ’ida’ in cui si afferma che: «Coloro che credono, i Giudei, i Sabei o i Nazareni e chiunque creda in Allah e nell’Ultimo Giorno e compia il bene, non avranno niente da temere e non saranno  afflitti», oppure, il 17° versetto del capitolo ‘Al-Haj’ che recita: «E certamente, nel Giorno della Resurrezione, Allah giudicherà tra coloro che hanno creduto, i giudei, i sabei, i cristiani, i magi e coloro che attribuiscono (signori, divinità) associati ad Allah. In verità Allah è testimone di ogni cosa»).

Già all’indomani del Concilio Ecumenico Vaticano II la Chiesa Cattolica esprimeva nella Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane “Nostra Aetate” di guardare  con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra” che “hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno.” (Nostra Aetate” numero 3).

La stessa Chiesa riconosceva che “se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà.” (“Nostra Aetate” numero 3).

Validi esempi di tale volontà sono rappresentati dalla giornata del dialogo ecumenico Cristiano – Islamico, iniziativa nata nel 2001 quando S. Giovanni Paolo II chiese di condividere con i fratelli musulmani il digiuno di Ramadan facendo in modo che l’ultimo venerdì di Ramadan divenisse per molti cristiani di diverse confessioni e per molti musulmani in Italia, l’occasione per incontrarsi in un clima di fraternità.

Tale incontro, per ragioni di praticità, è stato fissato il 27 ottobre di ogni anno in ricordo dell’incontro di preghiera per la pace dei leader delle religioni mondiali avvenuto per la prima volta, proprio il 27 ottobre, ad Assisi nel 1986.

Occasioni di incontro sono, peraltro, incoraggiate costantemente anche da altre organizzazioni come la Comunità di S. Egidio, movimento di laici impegnato nella comunicazione del Vangelo e nella carità a Roma, in Italia e in più di 70 paesi dei diversi continenti che periodicamente organizza momenti di condivisione con i fedeli musulmani e di tutte le religioni in Italia e nel mondo.

Alessandro D’Antoni

Guida per le richieste d’asilo in Italia

Guida per le richieste d’asilo in Italia

Guida aggiornata all’emanazione del Decreto Legislativo 142/2015 di recepimento della Dir. 2013/32/UE (“nuova direttiva procedure”) e della Dir. 2013/33/UE (“nuova direttiva accoglienza”)

1. Il migrante viene soccorso ed identificato (con foto e registrazione delle impronte digitali) al momento del suo arrivo in Italia presso i CPA (Centri di Prima Accoglienza) o i CPSA (Centri di Primo Soccorso e Accoglienza) che svolgeranno la funzione di “HOTSPOT”. Il migrante che non fa richiesta di asilo e che non dimostra di avere i requisiti per essere ammesso sul Territorio Nazionale italiano per motivi diversi viene espulso dal territorio italiano o trasferito presso un centro di identificazione ed espulsione per la futura espulsione.

2. Se fa richiesta di protezione internazionale diventa un richiedente. Non può ottenere la protezione chi:

a. abbia commesso un crimine contro la pace, un crimine di guerra o un crimine contro l’umanità;

b. chi abbia commesso un crimine grave di diritto comune al di fuori del paese di accoglimento e prima di esservi ammesso in qualità di rifugiato;

c. chi si sia reso colpevole di azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Il richiedente presenta personalmente in forma scritta o oralmente la domanda di protezione internazionale all’ufficio di polizia di frontiera al momento dell’ingresso nel territorio italiano o all’ufficio della questura del luogo di dimora del richiedente secondo quanto previsto dall’art. 6 comma 1 del decreto legislativo 25/2008. La domanda è sempre la stessa sia che si voglia ottenere lo status di rifugiato sia la protezione sussidiaria dopo la determinazione di un’unica procedura per entrambe le richieste.

a. La domanda presentata da un genitore è estesa anche ai figli minori non sposati che sono arrivati in Italia insieme con il genitore.

b. Il minore di 18 anni può presentare la domanda direttamente tramite il genitore.

c. La domanda può essere presentata direttamente anche dalla persona minore di 18 anni che si trovi in Italia senza essere accompagnato dai genitori o da un adulto che ne ha la responsabilità legale, lo rappresenti o lo assista oppure può essere presentata dal tutore. Il minore viene protetto con speciali garanzie come l’impossibilità di essere espulso e di essere trattenuto, il diritto di essere accolto in strutture speciali diverse dai centri di prima accoglienza (CPA, CPSA, CARA), il diritto ad un permesso di soggiorno per minore età, l’accesso alla tutela e all’affidamento familiare (secondo la legge 184/83).

d. In caso di dubbio sulla reale età, il minore può essere sottoposto ad una visita medica per stabilire che ha meno di 18 anni; il rifiuto di sottoporsi a tale visita non impedisce comunque l’accoglimento della sua domanda d’asilo. Può essere sottoposto ad un colloquio personale per determinare la sua età, per capire se è una vittima della tratta di persone e per garantire le misure necessarie per proteggere i suoi interessi tra cui rientra il ricongiungimento con i suoi familiari presenti. Al colloquio può partecipare anche il genitore del minore che esercita la responsabilità genitoriale (quando presente) o il tutore.

e. Nei casi in cui il richiedente è una donna, alle operazioni partecipa personale femminile.

Dal momento di presentazione della domanda, il richiedente è garantito secondo le disposizioni previste per i richiedenti asilo per tutta la durata della procedura.

3. Finite le operazioni di soccorso, assistenza ed identificazione, il richiedente che fa richiesta di protezione internazionale viene trasferito nelle strutture governative di prima accoglienza adesso chiamate CARA (Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo). Particolari protezioni sono previste sia nei CARA, centri di prima accoglienza, che negli SPRAR, centri di seconda accoglienza per particolari categorie di persone (minori, i minori non accompagnati, i disabili, gli anziani, le donne in stato di gravidanza, i genitori singoli con figli minori, le vittime della tratta di esseri umani, le persone affette da gravi malattie o da disturbi mentali, le persone per le quali è stato accertato che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale o legata all’orientamento sessuale o all’identità di genere, le vittime di mutilazioni genitali).

4. Il richiedente potrà essere accolto in queste strutture (CARA) per il tempo necessario per le operazioni di identificazione, se non sono state completate prima presso i CPA e CPSA, per la verbalizzazione della domanda per l’avvio della procedura di esame della medesima domanda.

5. Il richiedente deve comunicare alla questura il proprio domicilio o la propria residenza nella domanda di protezione internazionale; ogni variazione del domicilio o della residenza deve essere comunicata alla stessa questura alla quale si è presentata la domanda di protezione e anche alla questura del nuovo domicilio.

6. La questura, ricevuta la domanda di protezione internazionale, scrive il verbale delle dichiarazioni del richiedente su appositi modelli preparati dalla Commissione nazionale insieme ai documenti presentati, se possibile, dal richiedente (relativi alla sua età, al paese di provenienza, alla prova delle persecuzioni subite). Il verbale è preparato entro 3 giorni lavorativi dalla manifestazione della volontà di chiedere la protezione oppure entro 6 giorni lavorativi nel caso in cui la volontà è manifestata all’Ufficio di polizia di frontiera. I termini sono aumentati di 10 giorni lavorativi in presenza di un elevato numero di domande presentate.

7. Il verbale è approvato e firmato dal richiedente al quale ne è data una copia, insieme alla copia della documentazione allegata.

8. La questura avvia le procedure per la determinazione dello Stato competente per l’esame della domanda.

9. L’ufficio di polizia che riceve la domanda consegna al richiedente un opuscolo (dépliant) nel quale è spiegato come si svolgerà l’accoglienza (diritti, obblighi, numero telefonico dell’Acnur e di organizzazioni che possono prestare assistenza, altre informazioni utili), scritto nella prima lingua indicata dal richiedente oppure, se questo non è possibile, in inglese, francese, spagnolo o arabo secondo la preferenza indicata dal richiedente. Tali informazioni possono essere date anche con l’aiuto di un interprete o di un mediatore culturale anche presso i centri di accoglienza in un tempo ragionevole (comunque non superiore a 15 giorni dalla presentazione della domanda).

L’interprete o il mediatore culturale assiste il richiedente in tutte le fasi del procedimento relative alla presentazione ed all’esame della domanda.

10. Il richiedente è autorizzato a rimanere nel territorio dello Stato per la durata della procedura ad eccezione di:

a. coloro che devono essere estradati presso un altro stato per l’esistenza di un mandato di arresto europeo;

b. coloro che debbano essere consegnati ad una Corte o un Tribunale penale internazionale;

c. coloro che devono essere consegnati ad un altro stato che sia ritenuto competente per esaminare la domanda di asilo.

11. Al richiedente è rilasciato un permesso di soggiorno per richiesta asilo valido per rimanere in Italia per 6 mesi, rinnovabile fino alla decisione della domanda. La ricevuta che dimostra la presentazione della richiesta di protezione internazionale rilasciata al momento della verbalizzazione della domanda costituisce permesso di soggiorno provvisorio. Il permesso di soggiorno per richiesta d’asilo consente di svolgere attività lavorativa, trascorsi 60 giorni dalla presentazione della domanda, se il procedimento di esame della domanda non è finito ed il ritardo non dipende dal richiedente. Il permesso di soggiorno per richiesta d’asilo non può essere convertito in permesso di soggiorno per motivi di lavoro o in un altro tipo di permesso se non si verificano i presupposti previsti dal Testo Unico sull’Immigrazione (Decreto Legislativo n. 286/1998). Il permesso di soggiorno provvisorio facilita la possibilità di avere il codice fiscale e di iscriversi al servizio sanitario nazionale per accedere ai servizi sanitari di cure mediche (senza l’obbligo di pagamento del ticket) e ai servizi di assistenza. Tutti i migranti anche quelli privi di permesso di soggiorno ed in condizione di irregolarità hanno diritto alle cure mediche urgenti (come protezione della gravidanza e della maternità, protezione del minore, vaccinazioni), senza poter essere segnalati all’autorità pubblica se non è necessaria la preparazione del referto.

12. La questura può fornire al richiedente un documento di viaggio quando sussistono gravi ragioni umanitarie che ne rendono necessaria la presenza in un altro Stato.

13. Il richiedente, dopo essere stato identificato ed aver presentato la domanda di protezione internazionale, non può essere trattenuto solo per il motivo di dover esaminare la sua domanda. Può essere trattenuto in un centro di identificazione ed espulsione (CIE) solo per motivi indicati dalla legge (come il rappresentare un pericolo per la sicurezza pubblica, quando esiste il rischio di fuga del richiedente). Il richiedente trattenuto nei centri competenti deve essere assistito nel pieno rispetto della sua dignità (se di sesso femminile deve essere garantito un luogo separato dalle persone di sesso maschile, deve essere garantita, dove possibile, l’unità del nucleo familiare e la presenza di spazi aperti). In caso di trattenimento, la questura consegna al richiedente un attestato nominativo, che dimostra la sua qualità di richiedente protezione internazionale. L’attestato nominativo non dimostra l’identità del richiedente.

14. Una volta presentata la domanda di protezione internazionale, il richiedente, se non ha i mezzi necessari per vivere per sé e per i propri familiari (cioè ha un reddito inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, che per l’anno 2015 è di 5.830,76 euro annui) e se ne fa richiesta alla questura viene trasferito con i suoi familiari dal CARA, centro di prima accoglienza, allo SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) che è un centro di seconda accoglienza. I richiedenti che sono accolti nello SPRAR possono frequentare corsi di formazione professionale. Contro il provvedimento di rifiuto delle misure di accoglienza è ammesso ricorso tramite un avvocato (anche con il gratuito patrocinio dello stato per coloro che non hanno risorse sufficienti) al Tribunale amministrativo regionale (TAR) territorialmente competente. L’accoglienza viene revocata in presenza di gravi violazioni (mancata presentazione alla struttura di accoglienza, abbandono della struttura senza alcuna comunicazione alla prefettura, violazione delle regole all’interno della struttura di accoglienza) o se il richiedente ha le risorse sufficienti.

15. In caso di allontanamento del richiedente dalle strutture di accoglienza senza giustificato motivo o di sottrazione al trattenimento nei centri a ciò destinati prima del colloquio con la Commissione territoriale che dovrà decidere sulla domanda presentata dal richiedente, l’esame della domanda di protezione internazionale verrà sospeso. Il richiedente può chiedere per una sola volta la riapertura del procedimento sospeso, entro 12 mesi dalla sospensione. Passato tale termine, la Commissione territoriale dichiara la chiusura del procedimento ed il rifiuto della domanda. Nel caso di una domanda di asilo presentata dopo la chiusura del procedimento, verrà fatto un esame preliminare per stabilire la validità delle ragioni dell’allontanamento.

16. Dopo che la domanda è stata presentata, il richiedente dovrà avere un colloquio con la Commissione territoriale, la quale deciderà se egli ha diritto alla protezione internazionale. Se il richiedente non si presenta al colloquio il giorno stabilito, la Commissione decide sulla base dei documenti in suo possesso. Il richiedente può farsi assistere durante il colloquio da un avvocato pagandolo a proprie spese o a spese dello Stato attraverso il gratuito patrocinio se non ha le risorse sufficienti. Il richiedente e il suo avvocato hanno diritto ad accedere a tutte e informazioni relative alla procedura in caso di ricorso contro la decisione della Commissione. Il colloquio avviene entro 30 giorni dal ricevimento della domanda. La Commissione può anche decidere di non fare il colloquio se ha degli elementi sufficienti per accogliere la domanda e riconoscere la protezione internazionale se il richiedente proviene da uno dei Paesi per i quali la Commissione ha stabilito la necessità della protezione o in base a quanto dimostrato dal richiedente (il quale può comunque decidere di sottoporsi al colloquio, se lo desidera). Il colloquio può essere registrato e la registrazione può essere usata in caso della presentazione del ricorso contro la decisione della Commissione. Al termine del colloquio viene scritto un verbale che il richiedente è invitato a firmare; la firma non è necessaria se il colloquio è stato trascritto; il rifiuto del richiedente di firmare il verbale del colloquio non impedisce la decisione della Commissione. La decisione viene comunicata entro i 3 giorni feriali dopo il colloquio. Se ha la necessità di avere più informazioni la Commissione decide in un tempo maggiore, massimo 6 mesi, informando il richiedente e la questura. Il termine di 6 mesi è aumentato di altri 9 mesi se il caso è molto complesso oppure se sono presentate molte domande. Questo termine complessivo (6 + 9 mesi) può essere aumentato di ulteriori 3 mesi in casi eccezionali per un esame completo della domanda. La domanda più essere esaminata in via più rapida e con precedenza sulle altre quando: è presentata da un richiedente appartenente alla categorie delle persone vulnerabili, ed in particolare da un minore non accompagnato; è presentata da un richiedente per il quale è stato disposto il trattenimento nei CIE; è esaminata al fine di riconoscere la protezione sussidiaria.

17. La decisione della Commissione può:

a. Accogliere la domanda e riconoscere la protezione;

b. Respingere la domanda per mancanza dei presupposti o per l’esistenza di motivi di cessazione;

c. Respingere la domanda per manifesta infondatezza;

18. E’ possibile presentare ricorso contro la decisione della Commissione territoriale al Tribunale Ordinario che ha sede nel capoluogo di distretto di corte d’appello in cui ha sede la Commissione territoriale che ha pronunciato il provvedimento. Il richiedente può farsi assistere da un avvocato a proprie spese o essere difeso da un avvocato attraverso il gratuito patrocinio a spese dello Stato se non ha risorse sufficienti. Il ricorso può essere presentato anche nel caso in cui sia stata riconosciuta la protezione sussidiaria invece dello status di rifugiato. Il ricorso è proposto, a pena di inammissibilità, entro i 30 giorni successivi alla comunicazione della decisione della Commissione territoriale (oppure entro 60 giorni se colui che presenta ricorso risiede all’estero). Nei soli casi di persone sottoposte al trattenimento disposto ai sensi dell’art. 21 del Decreto Legislativo n. 25/2008 (per persone che hanno commesso gravi crimini contro la pace, l’umanità o crimini di guerra, condannati per gravi delitti in Italia o destinatari di un provvedimento di espulsione) il ricorso è proposto, a pena di inammissibilità, entro 15 giorni successivi alla comunicazione del provvedimento davanti al tribunale che ha sede nel capoluogo di distretto di corte d’appello in cui ha sede il centro. La presentazione del ricorso contro la decisione di rigetto del riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria, sospende l’efficacia della decisione stessa, ma non sospende l’efficacia della decisione che dichiara inammissibile lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria (anche se il richiedente può chiedere al tribunale la sospensione dell’efficacia della decisione per gravi motivi). Il Tribunale ordinario decide entro 6 mesi dalla presentazione del ricorso.

19. E’ possibile presentare appello (anche con l’aiuto di un avvocato) contro la sentenza del Tribunale Ordinario che abbia confermato la decisione della Commissione territoriale di non riconoscere lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria con ricorso alla Corte di Appello da depositarsi entro 10 giorni dalla comunicazione della sentenza del Tribunale Ordinario. Il ricorso in Corte di Appello non sospende l’efficacia della sentenza del Tribunale Ordinario (tuttavia l’esecuzione della sentenza può essere sospesa su richiesta del richiedente per gravi motivi). La Corte di Appello decide entro 6 mesi dalla presentazione del ricorso.

20. E’ possibile presentare ricorso tramite un avvocato abilitato alle giurisdizioni superiori contro la sentenza della Corte di Appello alla Corte di Cassazione entro trenta 30 giorni dalla notificazione della sentenza della Corte di Appello. La Corte di Cassazione decide entro 6 mesi dalla presentazione del ricorso.

21. La protezione internazionale essere oggetto di rinuncia da parte del titolare (se, ad esempio, fa ritorno nel paese di provenienza), oppure cessare (se vengono meno le condizioni che hanno reso necessario il riconoscimento della protezione) oppure può essere revocata (perché il soggetto è ritenuto pericoloso o perché è stata riconosciuta in base a documenti falsi presentati dal richiedente).

In caso di revoca il richiedente:

a. ha diritto di essere informato in forma scritta della decisione della Commissione Nazionale;

b. può presentare una dichiarazione scritta a difesa delle proprie ragioni;

c. può presentare ricorso al Tribunale Ordinario contro la decisione di revoca della Commissione;

Il ricorso può essere presentato anche in caso di cessazione della protezione internazionale.

Alessandro D’Antoni